mercoledì , 21 Aprile 2021

Intervento del Sindaco Marcello Risi al 68° anniversario della Liberazione

Autorità, concittadine e concittadini, ricorre il 68° anniversario del giorno della Liberazione dall’occupazione nazi-fascista e della riunificazione dell’Italia.

Autorità, concittadine e concittadini, ricorre il 68° anniversario del giorno della Liberazione dall’occupazione nazi-fascista e della riunificazione dell’Italia.

Il 25 Aprile segna la conclusione di uno dei periodi più bui della nostra storia. E’ il  giorno della liberazione di  Milano e di Torino. Il 25 aprile 1945 l’esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, alle 8 del mattino via radio proclamò ufficialmente l’insurrezione.

Il 25 Aprile è la data simbolo della nostra libertà. La data simbolo della nostra storia. Abbiamo il dovere di ricordare. Abbiamo il dovere di trasmettere il grande e nobile messaggio di democrazia che questa data richiama. Abbiamo il dovere di rendere onore ai combattenti di quella stagione, alle formazioni partigiane, a tutti i partigiani d’Italia, agli oltre mille partigiani del Salento.

Una lunga e appassionante ricerca dello storico Pati Luceri, stampata in queste settimane con il titolo “Partigiani, antifascisti e deportati di Lecce e provincia”, ci racconta oltre mille storie. Storie di vita, di battaglie, di morte, di sofferenza, di libertà, di sangue. Storie di ragazzi senza paura e senza viltà. Storie di ragazzi pieni di coraggio e di ideali. Storie di ragazzi che danno onore alla nostra terra e al nostro paese. Come il gallipolino Salvatore Belfiore era nato a Gallipoli il 5 agosto del 1928 e come componente della Brigata Garibaldi Trieste aveva lasciato il Salento per combattere per la liberta contro il nazifascismo. Morì a Tarnova della Selva nel 1943: aveva solo 15 anni. Come il neritino Giuseppe Carrino, martire della libertà a 21 anni, trucidato nel Canavese, vicino Torino. Carabiniere come oltre il dieci per cento dei partigiani leccesi. Carabinieri. Dopo l’8 settembre 1943 si arruolarono nelle formazioni partigiane per la lotta finale contro il nazifascismo. Sulle montagne dell’Appennino, nelle valli del Canavese si parlava il nostro dialetto. Anche per scambiarsi la solenne terribile promessa che precede le battaglie più rischiose. Chi rimane vivo torna a casa a dare la notizia ai famigliari del partigiano morto.

Il 25 Aprile abbiamo il dovere di ricordare anche la drammatica scia di sangue di moltissime vittime civili.

Fra queste le 15.000 vittime civili della furia nazifascista che si scatenò nel nostro paese fra il ’43 e il ’45.

Da qualche giorno è nelle librerie il volume “Io ho visto” di Pier Vittorio Buffa. Un libro straordinario che raccoglie i racconti dei sopravvissuti, di coloro che scampati per caso o per miracolo alle stragi nazifasciste, hanno, a distanza di tanti anni, trovato la forza per raccontarle.

Si sono salvati perché coperti dal corpo della madre, o perché creduti morti dai nazifascisti che fucilavano i loro famigliari. Da piccoli hanno perso tutti i loro affetti, spettatori di eccidi e di violenze inaudite. Il destino ha consegnato loro l’amaro compito di ricordare e raccontare scene strazianti.

Le stragi dei civili. Come a Fivizzano di Massa Carrara. 174 morti. Racconta Lauretta Federici: “Il bambino non l’ho visto subito. Una delle ragazze stringe qualcosa al petto. Uno dei due soldati glielo strappa. Ridono, penso ci vogliano giocare, con quel neonato. Poi il lancio, come se fosse una palla, in alto. L’altro soldato alza il fucile, spara. Nessuno corre a prendere in braccio il neonato, lo lasciano cadere tra le pietre. Ridono. Non ricordo altro”. Lauretta Federici ha perso lo zio e un cugino.

Come Virginia Macerelli, a Roccaraso, in provincia di L’Aquila, i civili uccisi nel novembre 1943 furono 128. Virginia aveva sette anni. Racconta: “La mamma mi ha coperto gli occhi con lo scialle nero, ma io ho visto”. Aveva sette anni: “Ho visto il tedesco con la mitragliatrice. Se dovessi dire della sua faccia, non saprei che dire, aveva l’elmetto e la mitragliatrice. Ho visto mio fratello Arnaldino, ancora vivo dopo tutti quei proiettili. Mi ha chiesto: ‘Mamma è morta?’. Ho fatto in tempo a dirli ‘Sì? Che è morto anche lui”.

Virginia Macerelli perse la madre, quattro fratelli e una sorella.

Va letto questo libro. Aiuta a vivere.

Ricordiamo oggi la dignità e l’eroismo dei nostri militari: nella guerra di Liberazione sono caduti 87 mila militari, molti di essi indossando la divisa del rinato esercito italiano che operava in guerra con le Forze Alleate.  

Siamo qui  per testimoniare e ricordare , ma anche per  rinnovare un impegno. Siamo qui per ritrovare la fiducia e la speranza per guardare insieme al futuro. Partendo dal grande messaggio di speranza e di libertà di quei giorni.

Per impegnarci a onorare il 25 Aprile nel modo più coerente. Chi è stato eletto a ricoprire funzioni pubbliche ha il dovere di sentire tutta la responsabilità morale e civile di questa eredità. Perché all’origine del mandato elettivo, alle base di ogni confronto elettorale, ci sono i princìpi del 25 Aprile. Parte tutto da lì. Ed è a quei princìpi e quei valori che chi ricopre cariche pubbliche ha il dovere di conformarsi. Con tutte le conseguenze che ne derivano. I cittadini hanno il diritto di pretendere da chi amministra onestà, trasparenza, senso del dovere, spirito di sacrificio, lealtà, sobrietà, rispetto delle istituzioni. E la politica smarrisce la propria funzione quando perde la bussola dei valori democratici.

Onorare il 25 Aprile vuol dire domandarsi ogni giorno: cosa posso fare per la mia Città?

Onorare il 25 Aprile vuol dire servire le istituzioni ricacciando ogni tentazione di cedere a interessi personali. Vuol dire rispettare il mandato degli elettori senza esitazioni e senza incomprensibili smarrimenti. Vuol dire impegnarsi per qualificare sempre di più le istituzioni.

Onorare il 25 Aprile vuol dire operare mettendo al primo posto gli interessi generali. Sentire la responsabilità degli impegni pubblici. Studiare e applicarsi perché senza studio e senza applicazione non si amministra e non si governa.

Onorare il 25 Aprile vuol dire non avere paura di fare sacrifici e di operare rinunce, se occorre anche dure, nell’esercizio delle proprie funzioni. E insegnare ai propri figli che i sacrifici sono il fondamento e il lievito della nostra Repubblica. E che più responsabilità si hanno, più potere si ha, più bisogna farne di sacrifici. All’inverso di quello che a volte si è portati, sbagliando, a pensare.

Onorare il 25 Aprile vuol dire fare la politica con grande attaccamento alla propria parte, ma sempre sforzandosi di cercare il confronto e la mediazione con l’altra. Perché spezzare un paese e dividere un popolo vuol dire non aver colto la lezione di chi è morto per unirlo. I cittadini chiedono compattezza, non litigiosità. I cittadini non la sopportano più la litigiosità della politica. Soprattutto quando percepiscono che è dettata da ansie di potere e non dal confronto nobile sulle cose da fare. 

Onorare il 25 Aprile vuol dire tenere a mente che non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno. Vuol dire sforzarsi ogni giorno di guardare il mondo dalla  parte dei cittadini più poveri. Il mondo sembra di un altro colore, ma è più vero.

Viviamo sul piano nazionale una fase politica molto travagliata. Abbiamo ancora una volta apprezzato il senso delle istituzioni e la responsabilità del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, al quale la Città di Nardò porge il sincero augurio di buon lavoro per la storica rielezione.

In questo scorcio del terzo millennio il Paese rischia di smarrire il senso di uno degli insegnamenti  fondamentali che ci hanno  tramandato  i padri nobili della Costituzione: “ciascuno faccia il suo dovere”. Un monito cui il Presidente Giorgio Napolitano ha dimostrato di non sottrarsi mai.

In una situazione di forte incertezza e di grande precarietà, abbiamo il dovere di richiamarci ai valori e ai princìpi della Costituzione nata dalla Resistenza, ponendo al centro di ogni azione e di ogni richiesta il bene comune.

C’è da ricostruire il tessuto sociale, economico, politico e morale del Paese, e noi dobbiamo mettere a disposizione le nostre energie, la nostra volontà, la nostra storia.
Dobbiamo riconoscerlo: i nostri ragazzi caduti sognavano certamente un’Italia ben  diversa da questa.

Nel festeggiare il 25 aprile  dobbiamo assumere l’impegno di fare il possibile perché quei sogni stroncati,  quelle attese spezzate trovino finalmente sbocco in un Paese  che abbia la forza e la  capacità di rinnovarsi.

Ripartiamo dal 25 Aprile. Dal valore della democrazia e dalla reciproca legittimazione tra forze che restano profondamente diverse, ma che devono cooperare.

Il 25 aprile di quest’anno, più che mai, libertà fa rima con responsabilità, la parola chiave di quest’Italia troppo litigiosa e smarrita.  Lo ha ricordato anche Papa Francesco, nel messaggio a Napolitano, richiamando alla “responsabile cooperazione di tutti”. Ed indicando obiettivi di “concordia, solidarietà e speranza” che così si possono raggiungere.

L’Italia ha bisogno di istituzioni forti, di un governo democratico e stabile, di un Parlamento che funzioni nella serietà e nella trasparenza, di una politica “buona”, di organi di garanzia che fondino la loro autorevolezza sul richiamo ai valori della Costituzione nata dalla Resistenza.

E se oggi siamo ancora una volta qui a  celebrare  la Festa di Liberazione è perché vogliamo un Paese che non tradisca mai quei princìpi e quei valori. Perché  vogliamo un Paese che abbia, come priorità, la giustizia sociale.

Un  Paese capace  di offrire solidarietà, coesione e il rispetto dei diritti di tutti. Il rispetto della Costituzione è la nostra strada maestra.

C’è un pericolo dal quale dobbiamo guardarci. Si chiama qualunquismo. È un pericolo che sfocia nell’antipolitica o nel populismo. Ma ci è stato insegnato che bisogna lottare, non buttare le armi, non cedere alla tentazione di tirarsi fuori, affidando il timone delle scelte e della guida pubblica alla casualità.

 Il Paese ha bisogno di una classe dirigente politica che rifletta i livelli di eccellenza e di consapevolezza della società civile. Lo scollamento tra politica e Paese reale non è più tollerabile.

Il 25 Aprile ci indica la strada. Con coraggio, andiamo!  

Viva il 25 Aprile! Viva l’Italia! 

 

 

 

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